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Il Natale nella poesia dialettale calabrese di Pierino Ocello
Sovente piace distendere nel tempo, col ricordo e la riflessione, momenti culminanti delle giornate di festa  o di altre circostanze esprimenti, in sintesi, la logica degli avvenimenti, delle forme, dei simbolismi, delle tradizioni, degli stessi fanatismi, e il senso profondo di attimi solenni di una vita: di tutta la vita.
E' così che all'improvviso accade di comprendere più di un fatto, più d'una verità.
Questa volta il Natale è però presente come un evento di turno e, quindi, si può essere certi che ogni sentimento e ogni riflessione costituiscono una riprova dell'idea già acquisita.
E' vero. Dice tanto, moltissimo, la "Cantata" dell'Abate Conia da Galatro. Non mi ero sbagliato. Giuseppe Marzano ha ragione d'invitare gli studiosi ad una più serena ed obiettiva valutazione della poesia e dell'arte del grande poeta dialettale.
Rileggendo in questi giorni la famosa pastorale del Conia, mi sono accorto d'essere stato introdotto all'improvviso ed a viva forza in un mondo d'infinite emozioni, di passioni, esplose dopo lunga repressione, tutte raccolte lì, con una potenza di incomposta primitiva esultanza, selvaggia quasi per il fremito di tutta la natura avvertito dalla mente e dal cuore del Poeta. Il quale è veramente grande, d'una capacità massiccia e spontanea nell'inconsapevolezza, forse, della sua propria potenza espressiva.
Nella "Cantata" il Poeta non parla di ricordi; ma di salti ("'zzumpi"), di vampe, di spazio, di follia, di testa avvampata, di gelo liquefatto, d'identificazione dell'uomo con Cristo, per effetto del Mistero: eppure il panorama presentato è vastissimo.
Sono avvertiti tutti gli elementi della festa: tenui ed intimi, forti e mistici, chiassosi e pubblici nelle manifestazioni goderecce.
Si riscontra l'animazione popolare che è l'essenziale caratteristica della novena, delle messe di notte; il fragore dei tamburi, delle bombe in aria; lo stridio dei fischietti dei ragazzi di campagna, prima dell'alba all'uscita della Chiesa; il suono dolce delle zampogne, il buon umore dei contadini, grandi e piccini, che giocano alla "parìa" (nocciole) sulle pubbliche piazze; c'è l'euforia orgiastica conseguente alle delizie gastronomiche casalinghe ed ai fiumi prepotenti delle buone "chicchere" di vino.
Ma il tono religioso e mistico non perde per questo la sua potenza: anzi cresce a misura che aumenta l'accento orgiastico del Ditirambo: fino a concludersi in una nota dolcissima che culla il cuore e gli animi in cui il prete, trasformatosi in uomo del nostro contado, nell'effusione della danza e del canto "gagliardo, goffo e sublime, pazzo di gaudio, insieme umano e sovraumano, acceso il volto aspro, raggianti gli occhi, zompando fino a perdere il respiro, in preda ad una specie di furor mistico", così come fa l'umile bifolco, s'inginocchia e prega ed adora il suo Dio così umile e bambino.
Pare veramente di vedere nel Conia un "ottocentesco e cristiano Coribante in cui tumulta in delirio l'anima dionisiaca e mistica della stirpe ellenica che gli si è abbarbicata ancora in eterno nel sangue" come dice Vincenzo Gerace in una lettera mandata a Pasquale Creazzo.
Il panorama è colto in tutta la sua vastità.
S'innalza il coro del solenne "Te Deum".
Il sacerdote della Chiesa di campagna al momento della "nascita" prende il "Bambinello" per portarlo in processione in Chiesa; squillano le campane a stormo, le zampogne gemono, i bambini assonnati sgranano improvvisamente gli occhi, uno stropiccio di sedie mosse ed un frullio di braccia, protese a baciare il Bambino Gesù mentre passa, creano un'atmosfera di profonda commozione: le giovinette tirano più squillanti che mai il fiato nel canto, le vecchie baciano la terra e piangono accompagnando il gesto con ripetute scariche di pugni sul petto: mentre gli uomini tutti lì presenti, fermi e non troppo rigidamente impettiti, dimenticano le beghe; ed anche i più miscredenti giurano che non vi sono feste più belle di quelle natalizie.
Il frastuono, al termine delle funzioni sacre si spande dal centro alla periferia, sempre accompagnato dalle melodiose ninne-nanne delle ciaramelle: lontano, per le pianure, le valli, su per i monti: fino a incontrarsi con le voci dei pastori, pure in festa, ma rimasti nei pagliai a governare le bestie, e così svegliare anzitempo gli animali tutti per comunicar loro l'ebrezza della festa e far stipulare anche tra loro il patto della vera ed irrevocabile pace.
"Mancu li gridhi - stannu a lu pratu -; nu nivolatu - per l'aria va - Li petri juntanu - Li omani abballanu - Li Angeli Cantanu - lla. lla.. ra.. ra...".
L'incontro fra umano e divino è annunciato da questi versi semplicissimi, di parole umili, comuni a chi non conosce l'alfabeto, ma saturi di grande espressione, lanciati, sì nel tempo ma anche, al di là del tempo, nello spazio infinito di cielo. L' epressione di questi versi si completa nella certezza di eternità e divinità dell'uomo, figlio di Dio, simile a Cristo oltre la morte: "Si ccà nescisti simili a mia - ja comu Tia - speru mu sù"
Per Conia, col Natale il dramma dell'umanità è risolto perché a tutti piace la carità: "Ficiaru paci - lupi ed agnedhi - farcuni e acedhi - La guerra und'è?"
Il poeta, che è segnato nello spirito dal crisma della verità evangelica, ha scorto, col colpo d'occhio dell'anima, l'umanità e tutti gli elementi della natura in una completa pacificazione, appunto perché prova le angosce oppressive della contingenza. E' così che, in un attimo di liberazione, di largo respiro, spinge la trasfigurazione poetica ad una dolorosa  riflessione sul destino dell'uomo e della storia. "La guerra und'è?" Sembra un paradosso. La risposta la lascia al lettore.
La guerra c'è ancora, purtroppo. Ma dove non c'è posto per il Dio d'amore (lu Ddeu d'amuri - figghiu divinu), non è possibile che abbiano fatto pace "lupi ed agnedhhi, farcuni e acedhi, surici e gatta, cotrari e serpi".
 E il leone, quindi, ergerà ancora la "crigna"; e la tigre non potrà stare in pace "mansa e benigna".
Chi non comprende o non vuol comprendere quest'attimo di riflessione del Conia non può parlare della poesia del dotto canonico, il quale, nonostante la Notte, santa d'amore e di pace universale, prova insaziabilità vaga di cuore, timore per un brusco risveglio sull'orlo di un precipizio, i tentennamenti dello spirito per la conservazione della pace cristiana.
E Conia finisce d'essere il semplice popolano: si trova dinanzi all' enorme responsabilità di sacerdote e di uomo di pensiero e lettere, ridiventa triste quasi e chiede aiuto al Divino Infante per sé e per l'umanità, per la cultura e per la storia.
Nel ritmo del ditirambo, in questa implorazione, si coglie una commuovente dolcezza ed una calda effusione simile a quella delle nostre vecchiette analfabete.
"Quantu si bedhu - caru Signuri - Vampi d'amuri - minami ccà".
La pace è fatta. Ma occorre l'arma per conservarla: le vampe d'amore di Cristo fattosi uomo.
Vogghiu mu t'amu... - squagghia stu jelu - e poi a lu celu - portami tu".
Di quale gelo parla il Conia se aveva cominciato col dire: "Su menzu pacciu - la testa fuma - lu cori adhuna - posu non d'ha; e ancora: "sugnu stonatu: sugnu adhumatu di carità"?
La terra e il cielo sono una cosa sola, confusi nella festa dal caldo amore di Cristo, atteso da millenni.
Eppure nel mondo c'è il gelo.
Non certo quello della stagione invernale, ma quello del male dei cuori duri, che, pur partecipando alle gioie della festa cristiana, continuano sulla via delle passioni impure e dell'odio.
Ecco perché l'implorazione del poeta, invasato di entusiasmo orgiastico dinanzi ad un evento tanto sublime, in un attimo esprime la miseria dei molti, l'intima lotta combattuta in difesa del mantenimento della grazia di Cristo.
I rumori della festa si spengono. Il gelo naturale della stagione potrà comunicare col gelo morale dell'uomo.
Ma la volontà ritroverà sé stessa: nella pienezza dell'arbitrio individuale.

da "Calabria Letteraria" Anno VI n. 1 Novembre-dicembre 1957
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