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e10-1298
Worker bee Atremon
Il Natale nella poesia dialettale calabrese
di Pierino Ocello
Sovente piace distendere nel tempo, col ricordo
e la riflessione, momenti culminanti delle giornate di festa o di
altre circostanze esprimenti, in sintesi, la logica degli avvenimenti,
delle forme, dei simbolismi, delle tradizioni, degli stessi fanatismi,
e il senso profondo di attimi solenni di una vita: di tutta la vita.
E' così che all'improvviso accade di comprendere
più di un fatto, più d'una verità.
Questa volta il Natale è però presente
come un evento di turno e, quindi, si può essere certi che ogni
sentimento e ogni riflessione costituiscono una riprova dell'idea già
acquisita.
E' vero. Dice tanto, moltissimo, la "Cantata"
dell'Abate Conia da Galatro. Non mi ero sbagliato. Giuseppe Marzano ha
ragione d'invitare gli studiosi ad una più serena ed obiettiva valutazione
della poesia e dell'arte del grande poeta dialettale.
Rileggendo in questi giorni la famosa pastorale
del Conia, mi sono accorto d'essere stato introdotto all'improvviso ed
a viva forza in un mondo d'infinite emozioni, di passioni, esplose dopo
lunga repressione, tutte raccolte lì, con una potenza di incomposta
primitiva esultanza, selvaggia quasi per il fremito di tutta la natura
avvertito dalla mente e dal cuore del Poeta. Il quale è veramente
grande, d'una capacità massiccia e spontanea nell'inconsapevolezza,
forse, della sua propria potenza espressiva.
Nella "Cantata" il Poeta non parla di ricordi;
ma di salti ("'zzumpi"), di vampe, di spazio, di follia, di testa avvampata,
di gelo liquefatto, d'identificazione dell'uomo con Cristo, per effetto
del Mistero: eppure il panorama presentato è vastissimo.
Sono avvertiti tutti gli elementi della festa:
tenui ed intimi, forti e mistici, chiassosi e pubblici nelle manifestazioni
goderecce.
Si riscontra l'animazione popolare che è
l'essenziale caratteristica della novena, delle messe di notte; il fragore
dei tamburi, delle bombe in aria; lo stridio dei fischietti dei ragazzi
di campagna, prima dell'alba all'uscita della Chiesa; il suono dolce delle
zampogne, il buon umore dei contadini, grandi e piccini, che giocano alla
"parìa" (nocciole) sulle pubbliche piazze; c'è l'euforia
orgiastica conseguente alle delizie gastronomiche casalinghe ed ai fiumi
prepotenti delle buone "chicchere" di vino.
Ma il tono religioso e mistico non perde per
questo la sua potenza: anzi cresce a misura che aumenta l'accento orgiastico
del Ditirambo: fino a concludersi in una nota dolcissima che culla il cuore
e gli animi in cui il prete, trasformatosi in uomo del nostro contado,
nell'effusione della danza e del canto "gagliardo, goffo e sublime, pazzo
di gaudio, insieme umano e sovraumano, acceso il volto aspro, raggianti
gli occhi, zompando fino a perdere il respiro, in preda ad una specie di
furor mistico", così come fa l'umile bifolco, s'inginocchia e prega
ed adora il suo Dio così umile e bambino.
Pare veramente di vedere nel Conia un "ottocentesco
e cristiano Coribante in cui tumulta in delirio l'anima dionisiaca e mistica
della stirpe ellenica che gli si è abbarbicata ancora in eterno
nel sangue" come dice Vincenzo Gerace in una lettera mandata a Pasquale
Creazzo.
Il panorama è colto in tutta la sua vastità.
S'innalza il coro del solenne "Te Deum".
Il sacerdote della Chiesa di campagna al momento
della "nascita" prende il "Bambinello" per portarlo in processione in Chiesa;
squillano le campane a stormo, le zampogne gemono, i bambini assonnati
sgranano improvvisamente gli occhi, uno stropiccio di sedie mosse ed un
frullio di braccia, protese a baciare il Bambino Gesù mentre passa,
creano un'atmosfera di profonda commozione: le giovinette tirano più
squillanti che mai il fiato nel canto, le vecchie baciano la terra e piangono
accompagnando il gesto con ripetute scariche di pugni sul petto: mentre
gli uomini tutti lì presenti, fermi e non troppo rigidamente impettiti,
dimenticano le beghe; ed anche i più miscredenti giurano che non
vi sono feste più belle di quelle natalizie.
Il frastuono, al termine delle funzioni sacre
si spande dal centro alla periferia, sempre accompagnato dalle melodiose
ninne-nanne delle ciaramelle: lontano, per le pianure, le valli, su per
i monti: fino a incontrarsi con le voci dei pastori, pure in festa, ma
rimasti nei pagliai a governare le bestie, e così svegliare anzitempo
gli animali tutti per comunicar loro l'ebrezza della festa e far stipulare
anche tra loro il patto della vera ed irrevocabile pace.
"Mancu li gridhi - stannu a lu pratu -; nu nivolatu
- per l'aria va - Li petri juntanu - Li omani abballanu - Li Angeli Cantanu
- lla. lla.. ra.. ra...".
L'incontro fra umano e divino è annunciato
da questi versi semplicissimi, di parole umili, comuni a chi non conosce
l'alfabeto, ma saturi di grande espressione, lanciati, sì nel tempo
ma anche, al di là del tempo, nello spazio infinito di cielo. L'
epressione di questi versi si completa nella certezza di eternità
e divinità dell'uomo, figlio di Dio, simile a Cristo oltre la morte:
"Si ccà nescisti simili a mia - ja comu Tia - speru mu sù"
Per Conia, col Natale il dramma dell'umanità
è risolto perché a tutti piace la carità: "Ficiaru
paci - lupi ed agnedhi - farcuni e acedhi - La guerra und'è?"
Il poeta, che è segnato nello spirito
dal crisma della verità evangelica, ha scorto, col colpo d'occhio
dell'anima, l'umanità e tutti gli elementi della natura in una completa
pacificazione, appunto perché prova le angosce oppressive della
contingenza. E' così che, in un attimo di liberazione, di largo
respiro, spinge la trasfigurazione poetica ad una dolorosa riflessione
sul destino dell'uomo e della storia. "La guerra und'è?" Sembra
un paradosso. La risposta la lascia al lettore.
La guerra c'è ancora, purtroppo. Ma dove
non c'è posto per il Dio d'amore (lu Ddeu d'amuri - figghiu divinu),
non è possibile che abbiano fatto pace "lupi ed agnedhhi, farcuni
e acedhi, surici e gatta, cotrari e serpi".
E il leone, quindi, ergerà ancora
la "crigna"; e la tigre non potrà stare in pace "mansa e benigna".
Chi non comprende o non vuol comprendere quest'attimo
di riflessione del Conia non può parlare della poesia del dotto
canonico, il quale, nonostante la Notte, santa d'amore e di pace universale,
prova insaziabilità vaga di cuore, timore per un brusco risveglio
sull'orlo di un precipizio, i tentennamenti dello spirito per la conservazione
della pace cristiana.
E Conia finisce d'essere il semplice popolano:
si trova dinanzi all' enorme responsabilità di sacerdote e di uomo
di pensiero e lettere, ridiventa triste quasi e chiede aiuto al Divino
Infante per sé e per l'umanità, per la cultura e per la storia.
Nel ritmo del ditirambo, in questa implorazione,
si coglie una commuovente dolcezza ed una calda effusione simile a quella
delle nostre vecchiette analfabete.
"Quantu si bedhu - caru Signuri - Vampi d'amuri
- minami ccà".
La pace è fatta. Ma occorre l'arma per
conservarla: le vampe d'amore di Cristo fattosi uomo.
Vogghiu mu t'amu... - squagghia stu jelu - e
poi a lu celu - portami tu".
Di quale gelo parla il Conia se aveva cominciato
col dire: "Su menzu pacciu - la testa fuma - lu cori adhuna - posu non
d'ha; e ancora: "sugnu stonatu: sugnu adhumatu di carità"?
La terra e il cielo sono una cosa sola, confusi
nella festa dal caldo amore di Cristo, atteso da millenni.
Eppure nel mondo c'è il gelo.
Non certo quello della stagione invernale, ma
quello del male dei cuori duri, che, pur partecipando alle gioie della
festa cristiana, continuano sulla via delle passioni impure e dell'odio.
Ecco perché l'implorazione del poeta,
invasato di entusiasmo orgiastico dinanzi ad un evento tanto sublime, in
un attimo esprime la miseria dei molti, l'intima lotta combattuta in difesa
del mantenimento della grazia di Cristo.
I rumori della festa si spengono. Il gelo naturale
della stagione potrà comunicare col gelo morale dell'uomo.
Ma la volontà ritroverà sé
stessa: nella pienezza dell'arbitrio individuale.
da "Calabria Letteraria" Anno VI n. 1 Novembre-dicembre
1957
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